testo 1990

Il mondo dell’arte mi ha sempre divertito.

Vivendo attivamente al suo interno ne ho colto gli aspetti superficiali (che non sono le superfici dei quadri) e il suo peso (che non è quello di una scultura).

Non dubito che ci sia chi crede nell’arte. Credo invece che l’arte del dubbio abbia altrettante ragioni di esistere. Un dubbio non “iconoclasta”: ecco qua “snocciolata” una parola che è uno splendido anagramma.

Proprio con gli anagrammi e con il calcolo combinatorio ho superato i miei primi tentativi (tentati e che mi hanno accontentato) di ridurre ogni forma a una funzione matematica. In queste prime esperienze, la piattezza un po’ pop ha generato sbadigli e paesaggi con molti calcoli che non hanno influito sulla mia cistifellea.

paesaggio di aldo spinelli

Poi, dal 1973, il mio lavoro ha cominciato a ruotare attorno allo stretto rapporto biunivoco tra forma e contenuto, partendo dal significante per avvicinarsi al significato e viceversa, in una situazione dinamica di autoreferenzialità. Il risultato è quindi una specie di isomorfismo tra ciò che lo stesso risultato è e ciò che afferma; tra le cose che vediamo e quelle che leggiamo.

Come sostiene Douglas Hofstadter: “qualcosa nel sistema salta fuori e agisce sul sistema, come se fosse al di fuori dello stesso sistema.”

Dunque l’obiettivo del mio lavoro consiste nel partire da due diversi punti di vista per raggiungere l’uniformità, l’uguaglianza, o, ancora meglio, l’identicità (l’identità).

 

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firma aldo spinelli

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